C’è una fascia d’età spesso raccontata in modo superficiale, nel mondo che riguardai giovani e il lavoro: quella tra i 28 e i 40 anni. Non più “giovani inesperti”, ma neanche completamente “professionalizzati”, sono persone che vivono di alte aspettative e realtà lavorative spesso incerte. Una fascia in cui si consolidano competenze, si cercano direzioni definitive e si fanno i conti con un mercato del lavoro profondamente cambiato rispetto alle tre, quattro generazioni precedenti.
I dati aiutano a capire la portata del fenomeno. In Italia gli under 40 svolgono professioni meno qualificate rispetto ai coetanei europei: a differenza degli altri Paesi UE, dove i giovani under 40 ricoprono ruoli più qualificati degli over 40, in Italia questo gap non esiste, generando una situazione che disincentiva i profili più preparati a restare nel Paese. Un dato che non sorprende, ma che è utile tenere presente come cornice.
Cosa cercano i giovani nel lavoro oggi?
Una delle principali particolarità di questa fascia di giovani e il loro approccio al mondo del lavoro, è il rapporto ambivalente con la stabilità. Se per i loro genitori il lavoro fisso rappresentava un obiettivo chiaro e lineare, oggi molti tra i 28 e i 40 anni hanno interiorizzato un’idea più fluida della carriera. La stabilità non è più necessariamente sinonimo di un unico impiego a lungo termine, ma può tradursi in un equilibrio tra diversi progetti, collaborazioni o cambi di ruolo. Questo non significa che non desiderino sicurezza economica, ma che spesso sono costretti a ridisegnarla.
Overqualification e work-life balance
L’elevato livello di formazione amplifica la cronica mancanza di effettiva partnership tra università e mondo imprenditoriale. Questa generazione è tra le più istruite di sempre: lauree, master, certificazioni e competenze trasversali sono all’ordine del giorno. Tuttavia, questa ricchezza formativa non sempre si traduce in opportunità adeguate. Il fenomeno dell’overqualification, ovvero essere troppo qualificati per il lavoro svolto, è diffuso e contribuisce a una sensazione di frustrazione e sottoutilizzo del proprio potenziale.
Parallelamente, si osserva una forte spinta verso la realizzazione personale che talvolta si traduce in difficoltà di adattamento all’habitat aziendale. Il lavoro non è più visto solo come mezzo di sostentamento, ma come parte integrante dell’identità individuale. Molti cercano occupazioni che abbiano senso, che rispecchino i propri valori e che offrano possibilità di crescita. Di conseguenza, cresce l’attenzione verso il work-life balance, che non è più considerato un lusso, ma una necessità.
Perché i giovani cambiano lavoro?
La risposta è spesso strutturale, non caratteriale. Questo è un punto che le aziende faticano ancora a metabolizzare.
Il tessuto imprenditoriale italiano è costellato da microimprese: il 95% del totale delle partite IVA nazionali ha un fatturato inferiore a 2 milioni di euro e meno di 10 unità di personale. Queste realtà sono per definizione prive di struttura, processi chiari e trasparenza nei percorsi di carriera. Per un lavoratore tra i 28 e i 40 anni che cerca crescita e riconoscimento, questa è spesso una condizione non sostenibile nel lungo periodo.
Il ruolo della digitalizzazione e dello smart working
Essendo cresciuti durante la transizione digitale, i 28-40enni si muovono con disinvoltura tra strumenti digitali, piattaforme collaborative e nuove modalità di lavoro. Lo smart working è stato adottato rapidamente e spesso apprezzato per la flessibilità che offre. Tuttavia, non mancano le criticità: isolamento, difficoltà nel separare vita privata e professionale e una costante reperibilità sono temi ricorrenti.
La componente emotiva: ansia da prestazione e salute mentale
Non va trascurata la componente emotiva. Ansia da prestazione, paura di rimanere indietro e senso di incertezza sono sentimenti diffusi. I social media e il confronto continuo con i percorsi altrui, veri o presunti, amplificano queste sensazioni, creando aspettative spesso irrealistiche. Allo stesso tempo, però, aumenta la consapevolezza sull’importanza della salute mentale. Sempre più persone in questa fascia d’età riconoscono il valore del benessere psicologico e cercano supporto quando necessario.
Cosa si aspettano i giovani dal mondo del lavoro?
Abituati a un contesto in continua evoluzione, tra crisi economiche, trasformazioni tecnologiche e cambiamenti sociali, i lavoratori tra i 28 e i 40 anni:
- hanno sviluppato una notevole capacità di reinventarsi. Cambiare settore, acquisire nuove competenze o avviare progetti autonomi sono scelte sempre più comuni. Questa flessibilità è una risorsa preziosa, ma può anche comportare instabilità e senso di precarietà.
- vivono una variabile nuova e dirompente: l’intelligenza artificiale. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, circa un lavoratore su quattro è oggi esposto all’automazione parziale o totale delle proprie mansioni. Per la fascia 28-40, cresciuta con la promessa che la formazione avanzata avrebbe garantito opportunità adeguate, questo scenario aggiunge un ulteriore livello di incertezza.
- tendono infine a essere meno legati al datore di lavoro rispetto al passato. La fedeltà a lungo termine è spesso sostituita da un approccio più pragmatico: si resta finché ci sono condizioni favorevoli di crescita, riconoscimento e benessere. In assenza di questi elementi, il cambiamento diventa una scelta legittima e frequente.
Conclusione
Insomma, i giovani tra i 28 e i 40 anni rappresentano una generazione in bilico tra aspirazioni elevate, realtà aziendali non al passo dei tempi, scenari economici e politici in continua evoluzione, e mansioni messe in discussione dall’avvento dell’AI. Comprendere le loro peculiarità è fondamentale non solo per analizzare il presente del lavoro, ma anche per immaginare il suo futuro.
Noi di Selvi & Associati, studio di consulenza aziendale e tributaria a Firenze che affianca imprese, professionisti e realtà sportive nella gestione fiscale, amministrativa e organizzativa, ci rivolgiamo alle aziende e a loro stessi con le nostre Academy, cercando di essere interfaccia generazionale.
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